09.12.1988

Mina. La fuga dal futuro

di Gianni Borgna - Il Venerdì di Repubblica


"Qui / questa sera di nuovo io qui / mi ricordo ci sono già stata / poi mi sono fermata / mi sono perduta / no, il motore non l?hanno fermato / e vi giuro che ci hanno provato / non è mica servito / se io questa sera sono qui": con questo trascinante pezo di Ivano Fossati Mina apriva nel 1978 i suoi concerti sotto la tenda di Bussoladomani. Dai palcosceici mancava da sei anni, esattamete dal lontano settembre del 1972.In quell?anno, sempre alla Bussola del suo vecchio amico Sergio Bernardini che l?aveva tenuta a battesimo nell?estate del 1958, aveva riscosso coi suoi recital un successo a dir poco trionfale. Ma quello che tutti speravano fose un grande, definitivo ritorno si riveò presto un commiato, la cui memoria è cosegnata a un doppio album, Mina live ?78, pietra miliare della sua sterminata discografia.
Sono passati altri dieci anni da allora. La "Tigre" in pubblico non si è più esibita. Se ne sta in disparte, in Svizzera, a coltivare la sua proverbiale pigrizia. Con i suoi fan mantiene, con perfetta regolarità, dei rapporti solo attraverso il doppio album di fine anno, un Del mio meglio ogni due anni e un 45 giri ogni estate. Tutti si sentono un po? defraudati. I critici innanzitutto, che attendono puntualmente l?uscita del suo novo disco per fargli le bucce, quando non per stroncarlo senza misericordia. E non perché lo ritengono brutto, ma per sfoare in questo modo la elusione per la sua "assenza". E? andata così anche questa volta. Appena il suo ultimo album, Ridi pagliaccio, ha fatto capolino nei negozi di dischi, pi di un recensore ha sentenziato che ormai Mina non ha molto da dire e che la sua voce, così fredda e lontana, non dà più le emozioni di un tempo.
Ma perché questa fuga, dopo vent?anni di incontrastati successi? Una spiegazione pu essere quella che proprio Mina fornì nel 1972 quando decise di abbandonare momentaneamente le scene: "La gente viene a sentirmi solo per vedere se riuscirò a resistere fino in fondo, se porto o non porto il reggiseno, se mentre canto penso a qualcuno dei miei uomini. Insomma, smetto perché non ce la faccio più".
Che la sua vita privata sia stata impietosamente passata al setaccio è un fatto. Chi non ricorda lo scandalo per la nascita di Massimiliano, avuto dalla relazione con l?attore Corrado Pani? O i contnui pettegolezi sui suoi presunti amori? O le fastidiose indiscrezioni sugli alti e bassi del suo unico matrimonio, quello con il giornalista Virgilio Croco? Tutta la colpa, dunque, è da attribuire all?invadenza dei rotocalchi? No. Sicome nel suo caso, come in quello di tutti i grandi artisti, arte e vita si confondono, la gente averte che quello che lei canta è la sua "verità", senza filtri, senza mediazioni, ed è perciò attratta, quasi morbosamente, da tutti gli episodi della sua esistenza. Un?esistenza dominata dalla paura della solitudine.
"Quand?ero piccola/ dormivo sempre al lume di una lampada / per la paura della solitudine", diceva una sua vecchia canzone. E aggiungeva: "Paura ce non mi ha lasciato mai / nemmeno adesso che sei qui / e dormi accanto a me". E? un sentimento che ritorna in quasi tutti i suoi brani, da Un giorno come un altro, a Un ano d?amore, da Vigilia di Natale al recentissimo Un tipo indipendente, ed è dovuto non solo alle intermittences du coeur, ma ad una sorta di spleen esistenziale (non per niente lei ha dichiarato che uno dei suoi libri preferiti è Il mestiere di vivere di Cesare Pavese).
Ma le ragioni del suo abbandono potrebbero anche esere altre: la paura del pubblico, il disagio di essere diventata eccessivamene grassa, o magari, il timore di fare la fine della cantante di Nashville (come lei ha confessato una volta, dopo che la stessa sorte, nella realtà e non nella finzione, era tocata a John Lennon). Dopotutto il 1978 è stato proprio uno degli anni pi cupi della nostra storia recente. Quel che è certo è che la sua decisione ha privato la nostra scena musicale della sua interprete più straordinaria, che Louis Armstrong non esitò a definire "la cantante bianca più grande del mondo".
Mina ha una sorprendente capacità di passare dai timbri morbidi a quelli gridati (si pensi per fare solo un esempio, alla sua interpretazione di Non tornare più, un brano di Califano e Baldan Bembo) e un?esensione vocale di oltre due ottave (come dimostrò, persino con una punta di ostentazione, alle prese con quell?autentico esercizio di virtuosismo che è Brava, scritta apositamente per lei da Bruno Canfora).
Spesso, pensando di farle un complimento, la si è paragonata a Barbra Streisand. Ma il confronto non regge. Certo, la Streisand ha una spiccata personalità, una bellissima voce, ma non arriverà mai alle note che Mina riesce a raggiungere. Il suo genere (se è lecito ingabbiarla in qualche genere) non è l?easy-listening, semmai è il jazz.
Si prova uno shock, ovviamente salutare, tutte le volte che si ascolta la sua inimitabile versione di un pezzo come Someday di Jimmy Hodges, per di più registrato dal vivo alla Bussola di Viareggio. O di brani come Georgia on my mind, You go to my head, The man that got away, Ebb tide, o, tra quelli italiani, come Deborah, Sabato notte, Se stasera sono qui, E se domani. O, sempre dal vivo, di Margherita, uno dei randi hit di Cocciante. Qui la cantante cremonese pasa indifferenemente (e mrabilmente) dai timbri morbidi a quelli acuti, a quelli forti, accelerando il ritmo della canzone, stravolgendone magicamente il tessuto musicale.
E? un vero peccato che la sua pigrizia,e, a quanto pare, la paura dell?aereo, le abbiano impedito di varcare l?oceano: perché a quest?ora sarebbe una delle artiste pi acclamate del modo intero. Non a caso un mostro sacro come Frank Sinatra ha tentato più volte, inutilmente, di convincerla ad andare in America per tenere insieme una tournée da cui ricavare anche un album dal vivo. E non dite che Mina avrebbe avuto l?handicap della pronuncia. Le sue vocali apertissime, le sue sibilanti irregolari e improbabili sono, in realtà, un gioco, una civetteria, un elemento in più del suo stile inconfondibile e inimitabile.
"Una voce può essere un?invenzione. Una voce può essere una scoperta. Penso a Cathy Berberian nell?avanguardia. Penso alla Callas per come ha cambiato l?idea di tanto melodramma. E penso a Mina. C?è stato qualcosa di comune nel loro modo di concepire la voce, anche come esperimento", ha scritto qualche anno fa un musicologo "colto" come Luigi Pestalozza. E a ragione. Mina ha sapto veramente definire una dimensione di suoni tutti suoi, estranei alla norma, dentro i quali pasano recitazione, melodia, grida, note profonde ed acute di una tessitura particolarmente estesa, timbri creati, ironie e gesti vocali che escono da ogni definizione di generi.
Essere costretti ad ascoltarla solo dai dischi è, pertanto, una terribile limitazione. Eppure anche lì Mina è eccezionale.La sua discografia, oltretutto, è amplissima. Tra 45 e 33 giri si tratta di oltre trecento esemplari e di oltre seicento canzoni. E anche l?ultimo LP, che si apre con la famosa romanza di Leoncavallo che dà il titolo all?album, e in cui si alternano, come al solito, brani inediti (tra cui spiccano Lui, lui, lui, Cuore, amore, cuore e la già citata Un tipo indipendente, che portano la firma di suo figlio Massimiliano) e brani famosi da lei totalmente reinventati (è il caso, ad esempio, di Noi due nel mondo e nell?anima e di Canzoni stonate, per non dire di Into the groove, lanciata da Madonna in Cercasi Susan disperatamente) è particolarmente riuscito.
Ma non è sufficiente. Tutti continuano a sperare che ritorni. A ondate si diffonde la voce di una sua possibile rentrée. Si fanno previsioni. Si azzardano pronostici. Poi tutto finisce in una bolla di sapone. Anche gli impresari sarebero pronti a fare per lei qualsiasi pazzia. E così le televisioni private. I parla di proposte per uno o due miliardi, per una sola sera, che lei, in più di un?occasione, avrebbe garbatamente declinato. Anche il cinema la vorrebbe ancora (il suo ultimo film, Per amore per magia di Duccio Tessari, risale ormai al lontano 1966). Ma lei risponde di no persino a Fellini. Dopo anni di palcoscenico, di fatica, di stordimento, di crudeltà, di pettegolezzi, Mna ha forse sentito il bisogno di rimanere sola con se stessa. Tutto ciò, del resto, non fa che alimentare il suo mito. Il mito ? come ha dimostrato Roland Barthes in uno dei suoi saggi più famosi ? non si adatta mai a una parola "piena"; al contrario è una forma di enominazione.
Il mito è sempre legato a una mancanza, a un?assenza, dovute o a una morte precoce (è il caso di Marilyn Monroe o di James Dean) o a un ritiro dalle scene imprevisto e improvviso. Con l?intuito e la sensibilità dell?artista di razza, Mina pare averlo perfettamente capito.

Gianni Borgna



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