07.10.1966

ECCO MINA AI RAGGI X

di Guido Gerosa - EPOCA


Roma, ottobre



“Quando viene a trovarmi”, mi aveva detto, “suoni il campanello rosso. Sulla porta non c’è scritto il mio nome: ma il campanello rosso è il mio. Suoni, dica al citofono che è lei e allora la faranno entrare.” Così, adesso che sono davanti alla casa, mi sembra quasi simbolico questo campanello rosso che spicca sul portone in mezzo a tanti campanelli bianchi. E’il segnale, per chi lo sa, che in questo palazzo della fine del ‘400, nel cuore di Roma, abita colei che, con Sophia Loren, incarna il tipo della “diva” italiana del dopoguerra: Anna Maria Mazzini, di Cremona, in arte Mina. E io, mentre suono il campanello rosso, provo la sensazione che esso sia il simbolo di qualcosa di remoto, forse di misterioso, che mi attende: come se un campanello potesse davvero significare qualcosa.

Salgo per una scala tortuosa, illuminata da fanali. Questo è Palazzo Massimo, uno dei più belli della vecchia Roma: Mina comprò l’appartamento che era stato di Dawn Addams e qualche mese dopo ebbe la sgradita sorpresa di apprendere che i mobili dei quali si serviva erano pignorati. Mi introducono in un immenso soggiorno. Soffitti a cassettoni, stemmi gentilizi che solcano come un fregio tutta la parte alta della parete, arazzi, un lungo divano: una visione che sta tra un film di Fellini e un romanzo di D’Annunzio. Sul divano è seduta una giovane donna che indossa un abito candido. Otto anni fa era solo una ragazza spaurita, una diciottenne di Cremona, che gli amici dovettero scaraventare a spintoni sul palcoscenico di un teatro di Milano, perché trovasse il coraggio di intonare la sua prima canzone. Il giorno dopo un fotografo la portò in giro per Cremona, era il primo “servizio” su di lei: mentre si faceva fotografare accanto a una locomotiva, perché la didascalia avrebbe detto “una cantante che va come un treno”, le si ruppe la cerniera dei blue-jeans e dovette reggersi i pantaloni con la mano per tutto il tempo che posò per le foto. Da allora, in otto anni, ha provato praticamente tutto: è stata la “ragazza dell’urlo”, in maglione e calzonacci di tela, ed è stata la grande soubrette , per confezionare i cui abiti litigano i sarti di grido; i suoi drammi sentimentali hanno suscitato vaste reazioni; nel momento dell’ascesa vertiginosa, si dice abbia guadagnato in poco tempo un miliardo; ha assaporato trionfi elettrizzanti e sofferto dolori che lasciano il segno. E’ stata certamente uno dei simboli del nostro mondo che cambiava: gli anni in cui l’Italia scopriva le vacanze estive e l’utilitaria, la civiltà dei consumi e il benessere, hanno avuto anche il suo volto e la sua voce. E’ difficile separarla, come personaggio e come “fenomeno”, dalla storia febbrile di quegli anni: in lei c’è qualcosa di noi, in noi c’è qualcosa di lei. Perciò nel palazzo dal campanello rosso, voglio interrogarla: com’è fatta lei, Mina? Come siamo fatti noi?

L’Italia è il più bel paese della terra

“Mina, mi hanno raccontato di lei qualcosa che mi ha colpito. Pare che lei abbia girato tutto il mondo senza curarsi minimamente di vedere com’è fatto. Quando arriva in una città, sia Parigi o Londra o New York o Tokyo, fa quello che deve fare e poi si chiude nella sua camera d’albergo a guardare la televisione. E’ così?”.

“Certo che è così. In qualsiasi parte del mondo mi trovi, non vado mai in giro. A New York non mi preoccupo di vedere la quinta strada, a Londra non mi accade di passare per Piccadilly. Sono pigra, le cose non mi interessano. E poi penso che, qualsiasi cosa uno veda in giro, non gli cambia niente di quello che ha dentro, nella mente e nel cuore. Ho girato tutte le grandi città del mondo e posso dire di aver visto tutti i grandi alberghi del mondo. In certi posti, è persino divertente: in America la televisione ha un’infinità di canali e basta premere un bottone per vedere film vecchi, meravigliosi…”.

“Non prova mai il desiderio di uscire dall’albergo, di tuffarsi nella realtà, di vivere?”.

“Perché dovrei farlo? Una sera ci ho provato, a New York. Camminavo per le strade, sola, e c’erano quelle case alte come montagne che mi schiacciavano e tutte

quelle infernali luci al neon che mi accecavano. Era uno spettacolo sinistro, sono scappata via disperata”

“Ma quando si rifugia in albergo, cosa fa?”

“Dormo, dormo e sogno a colori. I miei sogni sono straordinariamente pieni di personaggi, come i romanzi dell’800; sono storie complicatissime, con uno svolgimento assai lento, che si adatta alla mia pigrizia.”

“Indubbiamente ci tiene a sottolineare che è pigra. Ma ora lo è meno di un tempo. Quando aveva diciott’anni, dicevano di lei che leggesse solo Topolino. Adesso raccontano che si dedichi a Proust.”

“Quando avevo diciott’anni, venne un tale a intervistarmi e io lo trovai antipatico. Mi domandò quali fossero i miei autori preferiti e io, per togliermelo di torno, risposi: Topolino, Nembo kid, Mandrake. Allora tutti capirono tutto e spiegarono che ero un’ignorante, una infantiloide, quasi una deficiente. Perciò replicai che, nella vita, mi era capitato anche di leggere qualche libro e saltò subito fuori che mi consumavo su Proust, Kafka, Garcia Lorca. Io non vedo davvero quale grande importanza debbano avere le mie letture. Tutti quelli che vengono da me mi domndano: che cosa legge? Ho sempre letto poco perché avevo poco tempo. E allora? Mi piacevano, e mi piacciono, i personaggi di Walt Disney perché li trovo favolosi e riposanti. Sono da biasimare se non voglio sentirmi angosciata, se non voglio immedesimarmi in altri problemi e altre grane?”

“No, no, per carità. E poi penso che lei dedichi quasi tutto il suo tempo ad ascoltare dischi”

“Mai. Non ascolto mai dischi. Ho uno splendido giradischi che sta sempre zitto. Anche la musica io la concepisco come qualcosa che è dentro, che io sento, e non c’è proprio bisogno che passi la giornata riversa sul tappeto, con la faccia tuffata nel giradischi”.

“In definitiva, cosa fa tutto il giorno?”

“Quando non lavoro, non faccio niente. Sa cosa vuol dire niente? Ni – en – te. Quando lavoro, invece, ce la metto tutta, sono come dieci persone. Ma quando ho finito, non sento il bisogno di nessuno. Me ne sto a casa mia, nascosta, a far niente. Sto sdraiata su questo divano per pomeriggi e serate intere, quasi senza muovermi. Mi alzo dal letto il più tardi possibile, diciamo alle due, e non esco perché mi dà fastidio.”

“Perché per strada c’è la gente che la riconosce?”

“Perché c’è la gente, perché c’è il sole, perché ci sono le macchine. Voglio stare tranquilla. Un bicchiere di latte, e mi sento bene.”

“Lei dice che non ha bisogno di nessuno, ma non è vero. C’è qualcuno, mi hanno detto, per cui stravede: il suo bambino, Massimiliano.”

Finora la conversazione si è svolta in clima rarefatto, appunto da film di Fellini. Quei muri decorati di stemmi, quell’abito candido che fa somigliare Mina a un’apparizione di Giulietta degli spiriti, il trucco profondo agli occhi, il suo scivolare lento nella stanza dall’alto di “un metro e settantotto a piedi scalzi”. Ma adesso che parla del figlio, una luce diversa le accende lo sguardo: torna ad essere la ragazza di Cremona che aveva paura di presentarsi sul palcoscenico una sera di dicembre di otto anni fa, la Mina che, già ricca di trionfi, invitata al circo, si rifiutò di salire in groppa a un elefante perché le facevano paura gli “animali grossi”.

“Con mio figlio”, spiega compiaciuta “non è facile giocare. Bisogna giocare ad alto livello. Anzitutto non vuol saperne della Mina cantante. Guai se mi vede alla televisione. “Brutta mamma”, dice, “così non ti voglio”. E fa le boccacce: “Ecco la Mina, tèh”. E’ un piccolo meraviglioso ometto, per me è un prodigio di tutti i giorni il fatto che parli con tutti i congiuntivi giusti. A volte mi grida: “Mamma, mi hai preparato la bistecca di elefante azzurro?”. Ha una gran fantasia. Ma quel che è strano, è che racconta a tutti storie di gente morta. Sono cose che inventa, pure mi fa impressione. Viene da me serio serio, e dice: “Sai, mamma, è morto un bambino”.

E’ curioso che abbia questo senso della morte alla sua età. Forse è perché vede il telegiornale. Ci sono troppi morti nel telegiornale: funerali, assassinii, terremoti, incidenti. Vero?”

“Non sarà che l’atmosfera di questa casa è un pochino triste per un bambino?” Un po’malinconica?”

“Mina mi fissa, spalanca i grandi occhi, inquieta: “Triste? No: perché le pare triste?”

“Mah, non so. Queste luci smorzate, questa penombra, i soffitti alti, gli arazzi… Piuttosto, mi dica: è vero che ha rifiutato un contratto per cantare un mese a Las Vegas, a cinque milioni per sera, e l’ha fatto per non staccarsi dal bambino?”

Oh Dio, forse non erano cinque milioni per sera, ma un mucchio di quattrini erano, questo sì. Ci ho rinunciato per stare con mio figlio, e anche per stare in Italia. E’un paese troppo bello, il più bello del mondo, lo dice una che il mondo l’ha girato tutto. Siamo così viziati… Io, quando mi trovo all’estero, mi ammazzo a fare dieci cose al giorno pur di tornare a casa in fretta. E se solo sento, per strada, accennare una canzone napoletana, mi vengono le lacrime agli occhi e prenoto un posto sul primo aereo per l’Italia”

“Allora lei, che era dipinta come “la tigre”, come una donna senza paure e debolezze, è una gran sentimentale? E’ una “romantica ridicola”, come dice lei?”

“Sono sentimentale. Per me, già il venir via da Cremona ha rappresentato uno choc. A Roma, qualche volta, mi sento all’estero. Mi racconti, lei che viene da Milano: c’è già la nebbia sulle nostre pianure? Mi parli della Lombardia: i nostri fiumi, i laghi, l’autunno che tinge di rosso la campagna. Io muoio di nostalgia…”

“Ma se muore di nostalgia, faccia come Fellini che, dicono, certe notti arriva a Rimini all’improvviso, butta i sassolini alla finestra degli amici, li tira giù dal letto e con loro va sulla spiaggia a rievocare, alle tre del mattino. Lei non torna mai a Cremona al’improvviso?”

“Quando posso, sì. Ma non è facile: ci sono state tante cose, situazioni brutte, non è mai più lo stesso di quando ero ragazza. Talvolta non arrivo neanche fino a Cremona. Mi basta imboccare una stradina, vedere la mia campagna. Mi fa tenerezza, mi fa venir voglia di piangere.”

Si addormenta solo quando vede le prime luci dell’alba

“Lei è una malata del passato, Mina, come lo sono tanti. Malata della provincia, malata della giovinezza che fugge, malata del male di vivere.”

“Non è vero. Sento l’attrazione di tante cose, ma ormai sono cambiata. A casa non ci torno volentieri. Ci sono troppe cose che non voglio rivedere, ricordare, rivivere. Ma ce ne sono altre di cui non posso fare a meno: le mie campagne, il Po…”

“Di cosa ha paura?”

“Non lo so. Pensi che dormo con la luce accesa. Se ho ospiti, a una cert’ora li prego di accompagnarmi in camera mia. Li costringo a guardare sotto i letti e le poltrone, che non ci sia nessuno. Poi li prego di andarsene da soli e io rimango. Se scendessi, non riuscirei più a risalire.: avrei timore che qualcuno si fosse nascosto sotto il letto. Quando sono in albergo obbligo il mio impresario a frugare negli armadi, a guardare nel bagno, sotto il comodino. E se non ho la luce accesa, non dormo. Ma non mi basta. Mi addormento solo quando vedo, dalle finestre, che comincia a spuntare l’alba. Quando scorgo il chiaro fuori, dormo tranquilla. Altre volte, per non sentirmi sola, chiedo l’ora al telefono. Parlami, telefono. Le due e quarantacinque, le due e quarantacinque. Caro disco., come ti conosco. Quando non mi basta neppure quello, telefono, di notte, a mezza Italia: “Pronto, sono Mina e ho paura”. E tutti credono che sia uno scherzo.”

“In questi otto anni lei ha avuto trionfi e tragedie. Ha perso il fratello, ha avuto dissesti, ha provato disinganni, è stata bersaglio di polemiche. Cosa le sembra, di questi anni folli? Li rivivrebbe?”

“Non ci penso mai. Se mi guardo indietro, mi sembra di essere già morta. Mi sembra di essere una che ha già avuto tutto, a cui è toccato tutto, e in ogni direzione, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore… La mia pigrizia dipende forse da questo: che non ho più alcuna curiosità, alcun desiderio. Mi hanno fatto questa domanda: se per magia le venisse concesso di fare tutto quello che vuole, di chiedere qualsiasi cosa, che farebbe? Sono stata a pensarci per dieci minuti. E questo è già anormale. Uno dovrebbe avere i desideri pronti. Sa cosa mi veniva in mente? Di avere i capelli bianchi lunghi. Mi sembra di aver vissuto quattrocento anni, e allora mi dico: che importa andare a new York, a Las Vegas. Me ne infischio.”

“Eppure, anche se sostiene di non aver desideri, in lei c’è una molla potente. C’è la diva. Quando entra in una stanza o in uno spettacolo, li riempie perché vuole riempirli. E’un “mostro sacro”, come la Loren.”

“Sarà l’istinto… Io c’entro poco.”

Non le piace vestirsi da sera

“Eppure rivede avidamente, nelle registrazioni, i suoi spettacoli.”

“A tutti piace vedere come sono “venuti” in televisione. E’ una civetteria normale.”

“Allora, non le importa del successo?”

“Mi importa, ma non lo capisco. Quando vado a cantare, e scorgo in sala tremila persone che mi aspettano, giuro che mi domando sempre: perché sono venuti? E ogni volta mi ripeto: stasera non viene nessuno. Invece, ci sono. Ma non vengono per sentirmi cantare, vengono per vedermi.”

“Vede, dunque: il magnetismo, la personalità, eccetera. L’eleganza: lei sa essere elegante-trasandata e elegante-raffinata.”

“Quando mi viene l’estro, sono capace di infilarmi quattro maglioni uno sopra l’altro. Non ho mai avuto problemi di eleganza. Gonna e maglia è la mia divisa perfetta. A vestirmi da sera, mi par di giocare alle signore. Odio la borsetta, gli anelli. Vede che non porto niente.”

“Senta, tocchiamo un tasto dove il successo è incontestabile: lei soldi ne ha guadagnati tanti…”

“La mia amministrazione non l’ho mai curata io.”

“Parliamo di un miliardo nei primi anni, di 150 mila lire al minuto (la paga di un mese di un magistrato), di serate da due milioni. A ventisei anni è già stata miliardaria. So che di queste cose non se ne occupa lei, ma mi dica almeno: ha la sensazione di guadagnare molto?”

“A me non piace dire quel che guadagno perché si guadagna sempre troppo per quel che facciamo. Non dovrei dirlo, ma è senza dubbio immorale quanto si guadagna nelle nostre professioni. D’altronde, abbiamo la vita così breve! A trent’anni molti sono finiti. Le spese sono pazze: abiti, alberghi, orchestrali, viaggi…”

“”E auto: lei ha avuto la Rolls Royce, la Mercedes, la Maserati. Adora la velocità?”

“No, adoro la comodità”

“A volte da lei emana un certo senso d’imponenza, di grandezza. Il regista Salce ha detto che, con una corona turrita in testa, sembrerebbe l’Italia dei francobolli. Le piace sentirsi l’Italia turrita?”

“No, a me piacerebbe sentirmi il Piave.”

“Il Piave?”

“Il fiume Piave. Fin da bambina mi dicevo: vorrei essere il Piave.”

“Ma perché? Le dà un’idea di resistenza, di battaglia, di eroismo?”

“No, mi dà l’idea del Piave. Essere il Piave mi renderebbe felice.”

“Cos’altro la renderebbe felice? “

“Essere come Marilyn Monroe. L’adoravo. Perché in questo mondo di donne finte e costruite era l’unica vera, tenera, dolce, meravigliosa, molto più che bella. Non l’ho mai vista di persona, ma è come se l’avessi conosciuta sempre. Che donna favolosa!”

“E delle altre donne famose che ha conosciuto, chi ammira?”

“Non conosco nessuno. Non ho visto né conosciuto nessuno. E niente. Solo le halls degli alberghi. A me piacciono le cose semplici: me ne stupisco come un bambino che scopra i giochi dei grandi. Io sono semplice, anche se di me hanno fatto dieci donne diverse. Arrivano qui, si siedono su quella poltrona, mi guardano gesticolare per mezz’ora e se ne vanno convinti d’aver capito tutto: come ho vissuto, cosa penso, chi amo, come sono. Capiscono così bene che, a volte, sono io a non capire più chi sono. Tutti cercano una mia verità: ma ce l’ho, io, una verità? (Squilla il telefono.) Scusi un momento, è il bambino, da Forte dei Marmi. Ciao Pidiù. Sa, vuol dire: di più, il meglio. Ma cosa dici: ciao Mina? Mi chiamo mamma. Cos’hai fatto, il mio scemotto, il mio stupidone, il mio girandolone?”

Al debutto la mandarono in scena a calci

Scivolo via, in punta di piedi. Lascio svelto questa casa fantasia alla Fellini, lascio il mio personaggio. Ho scoperto un’altra Mina, ho scoperto una delle tante verità di Mina? Non lo so. So che ho rivisto la ragazza che, una sera di nebbia di otto ani fa a Porta Garibaldi a Milano, gli organizzatori di un festival buttarono in scena a calci, perché le veniva da piangere. Aveva i capelli scarmigliati, un maglione folle, era alta 1,82 a piedi calzati. Si mise a cantare a squarciagola: Proteggimi, difendimi. E da quel momento fu Mina. Fu un pezzo di quell’Italia che tutti abbiamo vissuto, l’Italia che scopriva la 600 e la scampagnata del sabato, l’aperitivo del mezzogiorno e la vacanza al mare. Furono gli anni che cambiarono faccia al nostro Paese. Miracolo e congiuntura, immigrati che arrivano alla Stazione Centrale con valigie tenute insieme da una corda e che poi ripartono mesti per i loro villaggi calcinati dal sole.

Quegli anni ebbero tanti volti: uno fu quello della ragazza folle di Cremona che cantava Tintarella di luna e sognava cieli in una stanza. Scoprimmo che la sua voce ci ricordava tante cose: gli amori che erano finiti, i paesi che erano cambiati, gli amici che si erano perduti. Oggi ci sono le minigonne, Jean Shrimpton, i capelloni: allora, per quelli che nel 1959 avevano vent’anni, c’era lei, Mina, la “voce intermittente come le luci del flipper”. Era splendida e delirante, come i tempi che annunciava. Quella febbre di vivere l’ha pagata lei e l’abbiamo pagata noi. Oggi lei dorme con la luce accesa e si sente malinconica nel grande palazzo, anche se non lo dice. E anche noi siamo cambiati. Quegli ani in cui alla Casa Bianca saliva un ragazzo di nome Kennedy, in cui si cantava urlando, quegli anni belli e terribili se ne sono andati. Ma sul vascello della fantasia, carico di sogni e colori, Mina continua a cantare. Canzoni tristi, impregnate dell’odore delle nebbie del Po, grevi di un dolore forse senza motivo.



Guido Gerosa


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