23.07.1959

La tigre dell'urlo

di Franco Moccagatta - Il Musichiere


Da quando è arrivata Mina, tutta Ischia "urla". Ugo Calise è il solo, nell'isola, che, carezzando la sua chitarra, difenda la melodia e faccia socchiudere gli occhi alle anziane signore al suono degli antichi, classici motivi pieni di chiari di luna, di amanti che si lasciano dicendosi dolorosamente addio. Le giovani signore, invece, vengano esse da Milano o dalla Svezia, da Roma o da New York, ascoltano Mina e più non socchiudono gli occhi. Moda vecchia. Roba sorpassata. Gli occhi si tengono sbarrati o chiusi del tutto, mentre il capo più non si culla sull'onda dolce della melodia, ma, furioso, epilettico, si torce e rimbalza e sussulta sotto la sferza delle terzine, sotto i singulti, le strozzature vocali, le grida improvvise dell'urlato. E Mina, a trascinare i giovani in tale furia canora, è ormai un'esperta.
Ogni sera, infatti, al <I>Garden</I> dell'albergo Moresco di Ischia, Mina e il suo complesso, i "Solitari", veri acrobati delle corde vocali, scatenano sul pubblico un'impetuosa cascata urlante. La stessa Nilla Pizzi, di passaggio una sera ad Ischia, si è trattenuta tre ore ad ascoltare Mina. "Io sono un'ammiratrice di Mina", ha detto la Pizzi, "perché ammiro tutte le persone che hanno il demonio dentro. Ebbene, quella ragazza non ha una personalità, ma ha il demonio dentro. Intendiamoci, il demonio di cui parlo io non ha bagliori infernali, non puzza i zolfo, ma è soltanto il demonio della musica."
Ebbene, credete che Mina, udite le lodi della Pizzi, sia arrossita, sia apparsa imbarazzata, confusa, oppure le abbia porto una foto pregando di ripetere, in una dedica, le stesse espressioni? Niente affatto. Mina si è limitata a dire: "Grazie per il demonio, Nilla. Beviamoci un doppio whisky". Al che, saggiamente, Nilla le fece osservare che i liquori non sono proprio la cura migliore per la voce. Mina ha scrollato le spalle. Voce o non voce, che importa? E la giovane urlatrice ha spiegato alla Regina: "Claudio Villa, deve far caso alla voce, la Tebaldi, la Callas, i tenori di grazia, devono far caso alla voce, e anche tu, sì, anche tu, perché devi preoccuparti, ad esempio, del finale nella canzone Adorami, di azzeccare un perfetto do picchiato. Ma io sono un demonio, l'hai detto tu, non è forse vero? E non devo preoccuparmi dei do diesis o dei fa bemolle. Devo solo preoccuparmi di tirar fuori l'inferno di ritmi che ho in me, che tutti noi giovani abbiamo dentro".
Mina in effetti è una ribelle. Non si cura dei giornalisti, si sottrae alle foto e alle interviste, non risponde alle domande che le vengono rivolte col consueto garbo. Con noi è particolarmente amica perché, in considerazione del fatto che odia essere trattata con le consuete gentilezze (la precedenza oltrepassando una porta, la destra per la strada, l'accappatoio steso sulla roccia all'uscire dall'acqua, l'informarsi sull'appetito, sulla sete, sulla voglia di fumare, di ballare, di riposare), la scaraventiamo in acqua, diciamo: "Ben ti sta!" quando mette il piede su un riccio, la obblighiamo, oltre alla propria, a portare anche la nostra borsa coi respiratori, merenda, termos, cuscini e battellino gonfiabile e, anziché accendergliela, ci facciamo accendere la sigaretta. Inoltre, con lei, manteniamo un ostinato mutismo.
In tal modo sappiamo tutto di Mina. Sappiamo tutto sul suo recente pallino: Tifeo. Non è un uomo come gli altri. E' un gigante autentico. Grande, enorme, possente, stritolatore di macigni. Tifeo, per di più, piace immensamente a Mina. Perché è come lei, un ribelle. Un tipo che alto, possente, urlava nel cielo. Urlava come Mina, come gli urlatori. E a forza di urlare diede fastidio a Giove che gli scaraventò addosso addirittura un monte. Un monte che seppellì Tifeo, e ne divenne la tomba. Un monte che, oggi, è l'isola d'Ischia. Tifeo, l'avrete capito, non è il fidanzato di Mina. E' il leggendario gigante, il personaggio mitologico di cui, ancora oggi, i vecchi pescatori ischitani parlano come se l'avessero conosciuto, come se fosse davvero esistito.
Ebbene, Mina, da quando è a Ischia, si è convinta che Tifeo sia vissuto realmente, e che, ora, riviva incarnato in qualche giovanotto 1959. Ma dove, in quale parte del mondo rivive Tifeo, il gigante ribelle, stritolatore che alto urla nel cielo? Mina ha deciso di trovarlo. "L'uomo che sposerò" ha detto "sarà il gigante Tifeo." Intanto, e in gran segreto, Mina sta componendo music e parole (naturalmente, urlate) di una canzone intitolata Il mio uomo si chiama Tifeo.
I "Solitari", invece, i ragazzi del quintetto di Mina, già hanno cominciato ad odiarlo, questo Tifeo rompiscatole. Per colpa sua non riescono più a fare un bagno in pace. Difatti, appena entrano in acqua, ecco che alla loro tigre viene l'estro di provare Il mio uomo si chiama Tifeo, e allora ella li richiama subito indietro e, bagnati come si trovano, li costringe a sedere chi al pianoforte, chi alla batteria, chi ad impugnare il sax, e via a tutto ritmo con Tifeo.
Il bello è che Mina, un giorno o l'altro, il suo Tifeo lo troverà davvero, e quel giorno, quasi certamente, smetterà di urlare, di cantare, di andare da un locale all'altro a far rovesciare a singhiozzo il capo alle giovani signore di Milano, Stoccolma, di Roma o New York. Mina, questo è il segreto, è una ragazza ricca. Non canta per guadagnare, per costruirsi una carriera. Canta perché le va e come le va, da superurlatrice. L'abbiamo detto: è una ribelle.
Ma la sua ribellione (o cos'altro possono nascondere le ribellioni d'una ragazza di vent'anni?) nasconde una posizione romantica. Romanticismo moderno, ma sempre fatto d'anima, di palpiti, di cuori, di sogni. Mina, insomma, urlatrice al whisky doppio, tigre dei "Solitari", maschiaccia quando si tratta di ricevere un'attenzione formale da un uomo, pirata canora di Ischia, è sbarcata su quell'isola magica con la furia della rivoluzionaria dell'urlo, ma, passeggiando lungo le scogliere, bagnandosi nel cristallo del mare, parlando con i pescatori, si è innamorata di un gigante leggendario, Tifeo, e ha capito che il suo andare, il suo talvolta disperato cantare, il suo inferno di ritmi era un modo come un altro di chiedere alla luna, alla notte, al vento (così come, accanto all'arpa, lo chiedevano le fanciulle melodiosissime dell'Ottocento) un amore. Un amore vero. Alto e bello come Tifeo.

Franco Moccagatta

Franco Moccagatta



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