27.08.1959

La ragioniera che si é fatta un nome con gli urli

di Giuseppe Piazzi - Oggi


Si chiamano "urlatori" gli appartenenti alla "nuova ondata" della musica leggera italiana. Hanno i loro notabili dai nomi falsi: Joe Sentieri (34 anni), Tony Dallara (22), Betty Curtis (26), Jenny Luna (già madre di un ragazzino). Hanno le loro reclute che già si fanno largo verso i posti di comando: Clem Sacco (26 anni), Antonio Ciacci ovvero Little Tony (17), Giorgio Gaber (20), Adriano Celentano (21), e soprattutto Mina (18), l'arrabbiata dello stile "sparato", la "tigre dell'urlo". Hanno i loro riti: travolgersi l'un l'altro per esempio, a ritmo di rock and roll e a colpi di judo, calpestando nel frattempo ritratti di famosi cantanti melodici, Villa, Latilla, Consolini, Perry Como, sparsi sul pavimento policromo della "Fogna". Tutto questo, a titolo di polemica, di "rivolta" (ma con la "thunderbird, con la Opel, alla peggio la 1800, parcheggiata davanti alla porta, s'intende). Abbiamo interrogato a caso, un giorno, alcuni rappresentanti di questa "nuova ondata" riuniti in un ritrovo milanese. Ecco delle risposte significative: "Perché si veste in questo modo?". Clem Sacco (che indossava, in pieno cocktail-party, pantaloni bianchi e una camicia rossa): "Non mi interessa il conformismo dell'abito. Posso portare allo stesso modo lo smoking o i blue-jeans". "Le piace Bach?". Clem Sacco: "Sì, la sua musica si può benissimo urlare" (esegue). "Apprezza la musica sinfonica?". Adriano Celentano: "Oh, sì, è spassosa. Voglio dire, non è male". "Mi dica, studia a fondo le sue interpretazioni?". Mina: "No, sono un'istintiva. Devo solo preoccuparmi di tirar fuori l'inferno dei ritmi che ho in me, che tutti noi giovani abbiamo dentro". "Qual è il suo vero nome?". Tony Renis (barcollando): "Non so, ho bevuto otto aperitivi. Lo chieda al mio impresario". Il 1959 potrà essere definito l' anno degli urli", in uno scorcio della storia del costume e delle frivolezze che fanno riscontro e reazione all'incubo del pericolo atomico. Perché non si tratta, è chiaro, soltanto di una "moda", avulsa dalla mentalità e dallo stile di vita dei giovanissimi d'oggi. Il successo degli urlatori è troppo vasto ormai, ed è stato troppo significativamente rapido (come l'hanno sempre le "risposte" alle tendenze inconsce di una collettività), perché lo si possa ignorare.

<STRONG>"FA L' EFFETTO DI UNO CHOC"</STRONG>

Esiste forse una relazione tra il dilagare della "nuova teppa", delle imprese delle bande minorenni, e l'invadenza della "nuovca ondata" della canzone e della nouvelle vague del cinema francese? Esiste almeno un denominatore comune: la ricerca della "sensazione" a tutti i costi. Sono molti i teddy boys di buona famiglia che si perdono proprio per questo, per sete della sensazione forte, anche se sgradevole e paurosa. Anzi, il gradevole è visto da molti diciottenni come una tentazione della debolezza. Si ricerca soprattutto lo choc, l'urto /(2il tuo bacio è come un rock, è uno swing che ti fulmina sul ring, fa l'effetto di uno choc", dice la canzone di Celentano che ha vinto il recente festival di Ancona). Ed ecco, in risposta, le trame dei film francesi sempre più crude, ecco aumentare le "dosi" dello scandalo. Ecco l'affermarsi di attori dal fisico sgradevole, come Laurent Terzieff, l'intellettuale del film di Carné Peccatori in blue-jeans. Ecco la canzone esplodere dall'interno e volgere allo stile urlato o sparato, senza mezzi toni e mezze misure, che invade le strade e gli appartamenti sovrastanti il bar dove è in funzione il juke-box. E' curioso osservare che proprio gli urlatori maschi ottengono più successo quando sono francamente brutti o scimmieschi, quando inalberano una grinta, appunto, sgradevole: tutto l'opposto di quanto era richiesto fino a pochi anni fa al cantante radiofonico. Purché "facciano tipo" e "scuotano". E' un esempio Clem Sacco, che in nessun modo può passare inosservato. Né Peppino di Capri può vantare una singolare avvenenza. Nessuna ragazza avrebbe considerato attraente un tipo come Tony Dallara al tempo in cui Achille Togliani incominciò a mietere successi nel mondo della canzone. In quanto a Celentano, basti dire che "Adriano il molleggiato" si è fatto un nome imitando per anni Jerry Lewis e i suoi atteggiamenti di orango. Giorgio Gaber colorisce volutamente il proprio personaggio di teppista, possedendo lle physique du rôle. Va ricordato anche Nicola Arigliano, sebbene non sia un urlatore ma anzi un educato, intelligente interprete di jazz. La sua bruttezza (lo chiamano "l'indiano") è addirittura proverbiale. Egli stesso, apprendendo che in un paesino del Piemonte si era svolto un Festival culminato con l'elezione del- l' "uomo più brutto d'Italia", osservò: "La solita camorra. Non mi hanno invitato, con la scusa che io sono un professionista". Parallelamente le urlatrici non devono, non possono mostrare una bellezza tranquilla, casalinga, maggiorata: ma soltanto una grazia nervosa rivelatrice di un carattere inquietante, un'istintività aggressiva.

<STRONG>INCORAGGIATA DAL MULATTO</STRONG>

Mina è l'esempio che vale per tutte. L'anno scorso, questa ragazza nata a Busto Arsizio nel 1941 era soltanto una studentessa del quarto anno di ragioneria, che si accingeva ad aiutare il padre nella direzione della sua industria, una fabbrica di colla. Viveva a Cremona coi genitori, in un appartamento dove in ogni angolo si avvertiva la ricchezza, e ci stava vestita in blue-jeans e camicietta di tela, un insieme da cinquemila lire. Sfogava la propria irrequietezza galoppando per ore nelle campagne, da sola, o scappando di casa la sera per tuffarsi nel fiume, sempre sola. Detestava le galanterie degli amici e le feste da ballo, apprezzava invece chi la trattava da maschiaccio, alla pari. Di colpo, nell' estate dell'anno scorso, le passò la voglia di diventare ragioniera e la prese una violenta passione per la musica leggera. Una sera alla "Bussola" delle Focette, in Versilia, salì sul palco dove cantava Don Marino Barreto jr. e gli chiese di ascoltarla. Si mise a cantare "come le veniva". Urlava perché ne aveva voglia. Il cantante mulatto le sorrise e la incoraggiò. In agosto Mina Mazzini rifece la stessa scena in un locale notturno di Cremona, facendosi accompagnare questa volta da un quintetto di giovanissimi sconosciuti. "Mi insegnate a cantare?", domandò. Il 21 settembre, esordì con loro a Rivarolo del Re, in inverno era già a Milano, al "Marocco". Qualche giorno prima del festival di Sanremo incise con il suo quintetto, battezzato da lei "I solitari", due canzoni concorrenti, Nessuno e Tua. Le sembravano lente in modo esasperante; non sapeva da che parte prenderle. Allora le "sparò", assecondata dal quintetto ritmico. I dischi rimasero per un poco negli scaffali. Poi vennero immessi nel circuito dei juke-boxes e presero ad "andare" come panettoni a Natale.
Mina mazzini divenne di colpo la favorita dei ragazzini e delle ragazze dai quattordici ai diciotto anni che passano i pomeriggi domenicali attorno alle "scatole urlanti" nei bar. Da allora non fa che viaggiare: appuntamenti con le telecamere, serate nei locali. Ha trascorso il luglio ad Ischia, lavorando due o tre ore per sera. Alta (un metro e 72 senza tacchi), spettinata, ossessa sulla pedana, in blue-jeans e con i sandali ai piedi, ora viaggia da un paese all'altro di tutte le riviere, incassando coi suoi "solitari" dalle duecento alle trecentomila lire a sera; pochi giorni fa ha acquistato una Fiat 1800, che fa condurre dall'autista.

<STRONG>FENOMENO PROVINCIALE</STRONG>

La storia di Mina Mazzini, famiglia ricca a parte, è quella di molti altri "ragazzi del jue-box". Una partenza inaspettata, un arrivo rapidissimo. Alcuni, come Joe Sentieri, o Jenny Luna o Adriano Celentano, coltivavano invece da tempo, e fuori tempo, il loro genere urlato americaneggiante, senza riuscire ad aprire nemmeno un piccolo varco nel muro dell'indifferenza del pubblico. Poi, di colpo, tra l'anno scorso e questa estate, hanno visto la montagna venire a loro, si sono sentiti portare sulla cresta d'onda dei giovanissimi. Altri ancora, come Betty Curtis, hanno odorato in tempo il profumo di incenso che incominciava a sprigionarsi intorno alle canzoni urlate e hanno preso di petto questo "genere" (Betty Curtis partecipò al concorso "Voci nuove" da cui uscì vincitrice Tonina Torrielli: seguiva allora l'imperante corrente melodica).
Veicolo principale, anzi condizione necessaria al dilagare della nuova infezione musicale, quella dell'urlo, è naturalmente il juke-box. Almeno quindicimila "scatole magiche" in Italia tengono in vita il clan degli urlatori, incassando ciascuno fino a cinquemila lire al giorno di monetine. E sono destinate a raddoppiarsi. E' provato da statistiche che il pubblico dei giovani dedica oggi più tempo al juke-box che non ai programmi radiofonici o addirittura televisivi. La "scatola urlante" è una concorrente fragorosa e pericolosa per il teleschermo. Tra l'altro ha distrutto il monopolio che la RAI-TV esercitava, per forza di cose, nel mondo della musica leggera. Oggi basta un disco azzeccato a fare in pochi mesi di uno sconosciuto un "ragazzo del juke-box ", pieno di quattrini e di protervia. Così è accaduto a Tony Dallara, ex fattorino di una casa discografica fino a due ani fa. Ora ha guadagnato oltre dieci milioni di lire: cifra che potrebbe essere molto più alta se egli avesse potuto prevedere in tempo il proprio successo.
E' difficile dire quanto durerà da noi l'invadenza degli urlatori. Ma già si delineano le prime diserzioni: proprio Mina, il personaggio principale, ha confessato che a poco a poco tenterà di ritornare al genere "sussurrato". E' un'evoluzione che negli Stati Uniti hanno già iniziato da tempo Harry Belafonte, passato ai blues, e lo stesso Elvis Presley in molte delle sue più recenti incisioni. Ma su questa sponda siamo sempre in ritardo di alcuni anni sulle "mode" che spadroneggiano oltre Atlantico. Qui si urla quando Frankie Lane a Hollywood è praticamente un dimenticato. Da questo punto di vista, il successo degli urlatori non è che un aspetto dell'eterno provincialismo italiano.

Giuseppe Piazzi



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